Post Production Depression (PPD)

Prima c’era. Adesso non c’è più.

Così, all’improvviso.

Hai fatto tanto. Faticato. Sudato. Sognato. E poi d’un tratto tutto finisce.

Qualcosa a dire il vero rimane. Il vuoto. Un grande ed enorme buco nero dentro di te. Si nutre dei tuoi pensieri e soprattutto delle tue emozioni.

Ti lascia sempre il segno. A volte fa male come un pugno di sorpresa sullo stomaco, a volte è piacevole come l’ultima carezza di una nonna anziana che purtroppo non rivedrai più.

È un panorama che ti lascia senza fiato. A volte perché ti prende alla sprovvista tappandoti la bocca con violenza per rubarti il portafogli, a volte perché ti toglie le parole per quanto è bello ed emozionante.

È un biglietto di un concerto degli anni ‘90. Richiama alla memoria bei ricordi di musica a palla, sudore e spintoni in massa, ma ti sbatte in faccia che sei ormai un vecchio che non reggerebbe più nemmeno un minuto in quella bolgia.

Si chiama Post Production Depression, PPD.

Depressione da fine produzione artistica. Esiste. Si chiama così. Davvero. It’s a thing. È na robba. Non vi sto prendendo in giro.

È come quando ti guardi le partite, t’informi sui protagonisti, analizzi le statistiche con cura e poi finiscono i mondiali di calcio o i playoff NBA e non sai più cosa guardare. Soprattutto se hai goduto tanto per la vittoria dell’Italia o dei Chicago Bulls… hm, questi ultimi due casi non sono poi così frequenti e rilevanti, meglio sceglierne altri.

È come quando finisci l’università. Hai studiato molto. Anche le materie che non c’entravano niente col tuo corso di laurea che sono state inserite nel programma solo per fare numero. Il giorno dopo aver discusso la tesi, ancora in preda agli effluvi alcolici e al mal di testa post sbornia della festa di laurea, ti alzi dal letto, metti giù prima il piede destro e poi quello sinistro e ti chiedi: “E adesso che faccio?”

È come quando finiscono le vacanze al mare che hai pianificato nei dettagli e che hai agognato con impazienza dopo due anni di pandemia durante i quali non hai potuto viaggiare e sai che lunedì dovrai tornare al lavoro.

È come quando finisce la tua serie televisiva preferita che avevi scelto sapientemente e che avevi aspettato con ansia e ora hai la sensazione che non ci sia più niente che valga la pena guardare nonostante la tua lista su Netflix sia lunga dieci pagine.

È come quando finisce uno spettacolo teatrale dei “varför inte” che hai preparato per mesi con gente stupenda e generosa. Uno sforzo collettivo e sacrifici enormi di tempo ed energie, solamente per il bene comune. Un processo creativo che ha messo tutti alla prova e che ha chiesto molto, ma che alla fine ha ripagato con gli interessi.

Ecco, sì. Questo era l’esempio che cercavo per descrivere la PPD.

La depressione da fine produzione teatrale mi lascia vuoto e stanco, fisicamente e mentalmente. Vorrei solo prendermi una lunga pausa ma il sabato successivo, sovrappensiero, mi presento per sbaglio davanti alla sala prove anche se non c’è ovviamente nessuno ad attendermi.

Mi ritrovo a pensare che niente abbia più significato e che non ci sia più nulla che valga la pena fare nella vita. Sono però impaziente di ricominciare con la prossima stagione teatrale e mille idee mi balzano in testa come caprette al pascolo.

Cammino nostalgico per la città e ripenso alle prove, pianifico nuovi esercizi d’improvvisazione, canticchio le canzoni dello spettacolo e mi riscopro a sorridere pensando “Due settimane fa a quest’ora ce la stavamo facendo sotto per la paura a un paio d’ore dalla prima.” Un secondo dopo provo rabbia per non aver avuto la possibilità di andare in scena in più serate, in più città, di non aver raggiunto ancora più pubblico. Però poi sorrido rivedendo le foto in costume scenico e le foto del dietro le quinte.

Sono felice di essere stato parte di questo progetto che è cresciuto tra le nostre mani, partito da un asettico copione bidimensionale di carta a una serie di vivaci scene tridimensionali fatte da persone in carne e ossa. Da semplici descrizioni d’inchiostro a battute con intenzione, parti di scenografia, luci e suoni, tutto realizzato con gran passione. Mi mancano già gli altri membri del gruppo… e mi commuovo quando il pubblico ci fa i complimenti e ci dice che il nostro affiatamento era evidente sul palco.

Che tempesta di emozioni. Che altalena di sensazioni. Che spettacolo!

Stamattina mi sono svegliato come al solito. Ho messo giù prima il piede destro e poi quello sinistro e mi sono chiesto: “E adesso che faccio? C’è un rimedio a questa depressione da fine produzione teatrale?”

Un rimedio per fortuna esiste.

Ripartire con altri progetti creativi che diano forza ed energia.

Eccomi, dunque, documento Word del mio Blog da Strapazzo.

Eccomi chat Whatsapp del prossimo spettacolo teatrale dei “varför inte”.

Eccomi redazione de Il lavoratore.