In difesa del “Made in italy”

C´è una minaccia che colpisce subdolamente e silenziosamente la figura del Bel Paese,l’uso improprio delle parole italiane e dell’imagine “Italia”,ed è un vero e proprio problema su moltissimi aspetti. Le varie reazioni che questo problema può generare hanno uno spettro molto largo, dal semplice sorriso, passando per lo “storcere il naso” e finire nell’indignazione.

Questa minaccia la possiamo trovare un po’ ovunque, esplicativi sono tutti ristoranti, sedicenti, italiani, che di italiano hanno solo i colori della bandiera appesa in bella mostra fuori dal locale, ma che poi vendono per lo più kebab,  felafel, piatti ottimi ma che con l’Italia hanno poco a spartire, o di piatti pseudo italiani come la famosa pasta carbonara con bacon, panna funghi e rucola, e, dulcis in fundo, pizze con fette di ananas, curry, banane e prosciutto.

È arrivato il momento di fare una precisazione, non si sta facendo una comparazione tra cibo di varie culture e tanto meno si vuole far passare il messaggio che solo un italiano possa cucinare italiano, ma è importante che se un ristorante si pone come specializzato in cucina italiana e  nel menù la maggior parte dei piatti sono di un’altra nazione o arrangiamenti, non reinterpretazioni, di ricette italiane, è chiaro che ci sia un problema, creando delle false esperienze che poi cliente dopo cliente vengono spacciate per vere.

Un esempio è, qui in Svezia, la pizza sallad, che molti credono essere una pietanza italiana, e data per scontata in tutte le pizzerie, ma che poi di italiano ha ben poco (anche se il creatore di tale insalata sia proprio un italiano emigrato in Svezia). Ricordiamoci poi la carbonara fatta con la panna, la rucola e l’uovo crudo messo sopra il piatto.

Parlando con esponenti dell’immigrazione giapponese in Italia, è uscito fuori come anche loro soffrano lo stesso problema con i ristoranti pseudo giapponesi ma che poi non hanno pressappoco nulla a che fare con la loro cucina.

Questo uso improprio può sembrare una stupidaggine ad una visione abbastanza superficiale del problema ma, se se ne comprende il potenziale, si può intuire che non è un problema da poco, poiché distorce la concezione di ciò che è veramente Italia e ciò che non lo è.

Mettendosi nei panni di un non italiano che viene bombardato da prodotti, che non hanno nulla a che vedere con il nostro paese, ma che prontamente hanno quel “italian sound”, si può convincere che la pizza vada mangiata in un determinato modo.

Il modo migliore per risolvere questa problematica, a parer mio, è  la cultura, nel senso di rendere le persone consapevoli che anche se una cosa sembra italiana o viene nominata con un suono italiano, non vuol dire che sia proveniente dal nostro paese. A dire la verità questa soluzione si sta attuando e corsi o eventi per promuovere il vero made in Italy stanno aumentando, speriamo però che questa presa di coscienza diventi così grande che raggiunga più persone possibili.

Uno Qualunque
Foto di epicyoung da Pixabay