AW: After work

Succede una volta al mese. Di giovedì.

No, non è un nuovo programma televisivo di Giovanni Floris, ma quello che accade una volta al mese, di giovedì, al lavoro da me a Stoccolma.

Per definizione succede sempre dopo una giornata infinita passata ad ascoltare infiniti problemi degli infiniti pazienti della clinica dove lavoro. Quindi spesso sono a pezzi. Torno a casa? No, perché c’è l’inevitabile AW, AKA (Also Known As) After Work. Sì, anch’io trovo che ci siano un po’ troppi acronimi e parole inglesi per descrivere una festa aziendale. Si potrebbe definire più semplicemente come una serata con i colleghi alla quale DEVI* partecipare: per fare squadra, per non sembrare un sociopatico e soprattutto per bere e mangiare gratis. (*Nessuno mi obbliga, è solo il mio cervello bacato che si pone vincoli da solo)

In realtà non succede niente di strano, ma solo le solite cose in quasi qualsiasi festa lavorativa infrasettimanale in Svezia: birrette a bassa gradazione, vinelli di improbabili vigneti italiani, spuntini spesso vegani per andare in contro alle esigenze di tutti, patatine e formaggi puzzoni. Infine lei, l’immancabile zuppetta: di carote, di zucca, di pomodori, di ceci… di qualsiasi verdura che rispecchi la stagione in corso. Sembra che i miei colleghi non possano fare un After Work senza lei, la zuppa. Per fortuna mi piace molto e ne mangerei a chili. O si dice ne berrei a litri? Boh, è come quel vecchio succo Mangiaebevi: non l’ho mai provato perché non sapevo da che parte cominciare.

Dopo aver finito di mangiare, perché è finito il cibo e non perché siamo sazi (maledizione, non sono riuscito a fare il secondo giro di zuppa), si passa ai giochini, giochetti, quiz su qualsiasi argomento, intrattenimenti vari, chiacchiere stimolanti, chiacchiere noiose, chiacchiere spensierate in buona compagnia per scoprire anche i lati non lavorativi dei colleghi. Divertente sì, ma anche faticoso e io purtroppo non duro molto. Sento già il coro di “BUU!” del pubblico, soprattutto dei più giovani. Lo so, ma che ci volete fare, ormai sono vecchio. Non ho più l’età per fare certe cose e i bimbi a casa hanno nascosto le mie ultime riserve di energie in qualche cassetto ben chiuso. La chiave se la sono probabilmente ingoiata… assieme all’ultima cucchiaiata di zuppa.

Non reggo molto, quindi. Dopo un po’ ho già gli occhi rossi, la gola secca e il cervello che va a rilento, saturo di tutte queste parole svedesi che gli entrano dalle orecchie e gli escono dalla bocca e delle quali ormai non si assume più la responsabilità. Giuro che non è (solo) colpa delle birre! Per farla breve sono stanco, a pezzi, distrutto. Vorrei andare a casa ma non posso perché è il turno del mio gruppo di riordinare la cucina dopo la festicciola. Dopo che anche l’ultimo collega ha colto i nostri sguardi minacciosi e ha deciso “volontariamente” di andare a casa, puliamo tutto, facciamo partire le lavastoviglie, spegniamo tutte le luci, inseriamo l’allarme e ce ne andiamo.

Fuori è buio pesto. Vado verso la metro passando vicino al cimitero e ad alcune ditte di pompe funebri che espongono le lapidi nel giardino d’ingresso. Per un attimo mi sembra di vedere Michael Jackson ai bei tempi di Thriller, ma in realtà è solo un passante. Nel dubbio che si trasformi in uno zombie accelero il passo e giungo sano e salvo alla stazione. Nella fretta e nella frenesia di mettere tutto a posto il prima possibile non sono neanche riuscito a guardare l’orologio. Saranno almeno le ventitré e trenta o forse addirittura mezzanotte, penso con la testa pesante e lo sguardo stravolto. Poi guardo il cellulare: diciannove e quarantadue!

E domani si torna al lavoro.


Roberto Riva
Foto di Chris da Pixabay